Ora rimane la sfida decisiva su scala veicolo: come facciamo a far scambiare calore a un semplice blocco poroso nel vano motore senza dover modellare la geometria interna dei tubi d’acqua?

Se ci limitassimo ad applicare una potenza fissa al blocco poroso, commetteremmo un errore concettuale imperdonabile: la resa del radiatore varia continuamente in base alla portata d’aria locale, alla portata del refrigerante e al salto termico istantaneo.
Se vi fermate al solo modello a mezzo poroso descritto nel secondo articolo, il vostro blocco parallelepipedo rallenta correttamente l’aria (Darcy-Forchheimer) e rimuove correttamente potenza termica dal dominio (UAG), ma lo fa in modo, per così dire, turbocapitalista: il calore che viene ceduto all’aria compare semplicemente nei bilanci, senza nessuna copertura delle risorse.
Va benissimo se l’unico obiettivo è valutare l’aerodinamica del vano motore o la temperatura dell’aria a valle del radiatore. Ma se vogliamo chiudere il ciclo termico, cioè sapere di quanto si raffredda il liquido di raffreddamento nell’attraversare il pacco, verificare la temperatura di mandata al motore, dimensionare la pompa, ci serve un modello che tenga i conti su entrambi i lati dello scambio, non solo su quello dell’aria.
Ci serve, in altre parole, un componente capace di far “parlare” due flussi distinti (l’aria esterna e il refrigerante interno) attraverso un’interfaccia di scambio termico, senza dover modellare ogni singolo tubo del radiatore.
E soprattutto, deve farlo facendo passare attraverso di sé sia il flusso d’aria che il flusso di liquido refrigerante, ognuno con le sue cadute di pressione, ma senza che si mischino tra di loro.
Ed è esattamente questo il compito del Dual Stream Heat Exchanger.




